- Giorgio Nisini

GIORGIO NISINI
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Provocante, dolce, maliziosa, perversa, dissoluta, materna, infedele
Sì, mi sta guardando. C’è una ragazza molto carina che mi sta guardando. Ha i capelli castani, gli occhi castani, la pelle splendidamente bianca. Sta seduta al centro dell’autobus, a pochi passi da me, accanto a una donna anziana che dorme. Non so se sia davvero carina, se corrisponda cioè ai canoni estetici che vanno di moda oggi: non vedo piercing, tatuaggi, anoressie, non vedo muscoli rassodati, pantaloni alla moda, seni e nasi rifatti. Anzi, a dire il vero, man mano che il tempo passa, scopro su di lei piccole, numerose, imperfezioni. Una cicatrice sotto il labbro, la fronte rialzata, una palpebra, quella sinistra, che non riesce ad aprirsi completamente.
Ma non importa, la ragazza è carina, terribilmente carina. E oltre ad essere carina è provocante, dolce, maliziosa, perversa, dissoluta, materna, infedele; è esattamente tutto quello che vorrei da una donna, un insieme confuso di contraddizioni che mi facciano sentire sempre, ogni giorno, sul limite di un burrone emotivo dal quale potrei o non potrei precipitare.
Restiamo così, dentro questo gioco di perlustrazione visiva, per non so quanto. L’autobus percorre decine di strade, le persone salgono, scendono, risalgono, ma lei, la ragazza, continua a guardarmi. A volte si gira, controlla il suo cellulare, sbircia fuori il finestrino, ma, lo fa, credo, solo per una tecnica di seduzione, visto che subito dopo torna metodicamente a scrutarmi.
E ora che faccio? Non posso mica avvicinarmi e chiederle un numero di telefono. E se avessi frainteso tutto? Se dietro i suoi sguardi c’è solo curiosità, noia, distrazione? Oppure, peggio ancora, presa in giro? (“Ma guarda un po’ quello”, si starà dicendo “guarda che orecchie da elefante che c’ha. Oddio, no, non devo fissarlo, non devo... ma come faccio?”).
Provo una sensazione languida e fastidiosa, la stessa che mi prende tutte le volte che sono di fronte a una donna che mi attrae. Mi sudano le mani, sento un senso di esposizione, di vergogna, la convinzione che qualsiasi cosa dirò, ridicola, intelligente, colta, superficiale, risulterà sempre, comunque, fuori posto; o meglio risulterà chiaramente a lei, la donna che mi attrae, una frase dietro cui si nascondono altre frasi, altre motivazioni, altri intenti tutt’altro che intelligenti, colti o superficiali. Lei lo sa già: la frase che dico, in realtà, vuole dire altro. Vuole dire: sì mi piaci, voglio venire a letto con te, voglio scoparti, voglio che ci scopiamo per tutto il giorno e la notte. E non è importante che lei sia o no interessata alla mia proposta: il solo fatto che lo sappia mi blocca, come adesso, perché in fondo anche adesso, su questo autobus anonimo che mi sta riportando a casa, da mia moglie e mio figlio, io so benissimo ciò che vorrei comunicarle.
La cosa imprevista accade dopo un po’, più o meno quando sto per rinunciare a tutto. La ragazza si alza e viene accanto a me, si aggrappa al mio stesso corrimano fin quasi a toccarmi, rapida, decisa, incurante della mia arrendevole, odiosa scelta d’immobilità. Poi riprende a guardarmi, ma non con la stessa metodicità di prima; il suo sguardo è più distratto, come se la concentrazione visiva avesse ceduto il posto a una concentrazione d’altro tipo. Una concentrazione tattile, fatta di spostamenti millimetrici.
Non so come e quando, se sia dipeso da me, da lei, da entrambi, dai movimenti bruschi delle frenate; però, dopo un po’, stretti nella morsa della gente, i nostri corpi si ritrovano l’uno addosso all’altro. La mia bocca sfiora i suoi capelli, che odorano di vaniglia. Il mio cuore accelera. Sento il suo viso che si appoggia al mio petto, le nostre dita, sul corrimano, che s’intrecciano, e iniziano ad accarezzarsi. E più l’autobus si riempie, più i nostri corpi si avvinghiano, si cercano, si toccano, il suo pube si strofina al mio, il suo respiro sussurra ritmicamente nelle orecchie, le nostre labbra si sovrappongono con una naturalezza perfetta.
No, è pazzesco, ci stiamo baciando, proprio come due persone che dopo essersi conosciute e piaciute stanno per fare l’amore. Eppure non ci conosciamo affatto, e non stiamo neanche facendo l’amore, almeno in termini tecnici. Ma quello che provo, che proviamo, è esattamente identico a quello che si prova mentre si fa l’amore; anzi è molto più forte e intenso e incomprensibile. E come tutte le cose forti, intense, incomprensibili, subito dopo finisce.
Quando arriviamo davanti a una stazione dei treni la ragazza mi stringe per l’ultima volta le mani. Poi scende. La vedo scomparire tra una folla frenetica di pendolari che s’incolonnano verso un sottopasso. Anche il suo odore scompare, e per un attimo ho l’assurda, dolorosissima convinzione che tutto quello che c’è stato tra noi non sia mai accaduto.
“Scusi, scende alla prossima fermata?”.
Mi volto di scatto.
La vecchia donna che stava seduta accanto alla ragazza mi fissa. Ha i capelli bianchissimi, un sorriso malizioso e allusivo. Penso che in fondo la vecchiaia sia una fase della vita piena di raffinatezza. Il sorriso della donna è lo stesso di chi, fingendo di dormire, ha capito tutto.
Story: Giorgio Nisini
Photo: Gabriele Rigon
Model: Maria Rita Chiara Pantaleoni
 
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